In effetti, ascoltando i discorsi dei politici che si cimentano con questo tema, ci accorgiamo che ciò che evocano e che propongono non contiene nessuna idea di futuro, ma solo di passato. A forza di cavalcare l’onda del «si stava meglio prima», molti hanno finito per convincersi che l’unica risposta ai cambiamenti globali sia tornare a trent’anni fa.
Ovvero tornare alla lotta di removee, alle ideologie, allo Stato imprenditore, ai baracconi statali, al posto a vita per tutti, e cosi via. Un ritorno al passato che ha mietuto vittime tra personaggi illustri ed autorevoli tanto a destra quanto a sinistra: ministri, segretari di partito e di sindacati. Ma perche’ in così tanti sono caduti in questo ripiegamento nostalgico? In parte per naturale istinto di autoconservazione.
In parte perche’ pur avendo capito e saputo dar voce a certe paure, fanno fatica a comprendere la molteplicità dei bisogni delle nuove generazioni e i cambiamenti sociali e culturali che il mondo sta attraversando. Lo smarrimento che milioni di giovani avvertono, in Italia come altrove, non è solo legato al timore di restare senza pensione o alla nostalgia di garanzie che loro stessi non hanno mai conosciuto. E’ un disagio che nasce anche da una voglia di costruire qualcosa di nuovo, qualcosa che assomigli più a loro e non ai loro genitori o nonni, qualcosa più in sintonia con ciò che avviene nel resto del mondo e che loro conoscono e odorano assai meglio di noi.
In altre parole, tanti di questi ragazzi non vogliono una vecchia gabbia arrugginita che li intrappoli, ma una rete che li aiuti a non fracassarsi quando provano a volare. Certo, se l’alternativa alla gabbia è il vuoto, sceglieranno la gabbia. Ma non e’ questo ciò a cui anelano e non dovrebbe essere questo ciò verso cui vengono spinti. Ecco, di fronte a questo esercito di persone che cercano modi per sviluppare le proprie potenzialità, per contare di più e avere maggiore controllo della propria vita, politici e sindacalisti rispondono invece additando le ambizioni e l’intraprendenza individuali come il vero male che affligge la nostra società, il tarlo che illude i giovani.
E’ chiaro che l’impegno individuale non potrà, da solo, raggiungere risultati collettivi importanti e di lungo periodo (anche se, per esempio, e’ stato il gesto individuale di Bouazizi ad accendere la rivolta in Tunisia, non un’azione sindacale). Tuttavia insistere sulla contrapposizione tra azione collettiva e impegno individuale, come se l’una dovesse necessariamente escludere l’altra, non serve a nessuno. La prima lavora sui tempi lunghi che spesso attraversano generazioni, il secondo dà la forza e gli strumenti per affrontare il quotidiano.


